Fare Tempeh senza plastica: alternative tra silicone, pirofile in vetro e foglie

Tecniche

Marco Fortunato

10/04/2026

Fare il tempeh in casa con i classici sacchetti di plastica forati è una soluzione diffusa per un motivo semplice: costa poco, è pratica, trattiene bene il calore e permette di ottenere facilmente un panetto compatto. Eppure non è l’unica strada possibile, e in molti casi non è nemmeno la più interessante.

Chi produce tempeh con una certa regolarità finisce quasi sempre per farsi la stessa domanda: davvero devo continuare a usare buste usa e getta per una preparazione che potrei fare in modo più durevole, pulito e consapevole?

La risposta è no. Il tempeh si può fare molto bene anche senza plastica, a patto di rispettare i principi fondamentali che regolano la crescita del micelio: corretta umidità, buona aerazione, spessore adeguato e temperatura stabile. Cambia il contenitore, ma non cambia la logica biologica del processo.

Se vuoi prima consolidare tutti i passaggi base della produzione, dalla cottura dei legumi fino alla conservazione finale, ti consiglio di leggere anche

👉 Tempeh fatto in casa: guida completa alla produzione e agli errori da evitare.

Caratteristiche del contenitore ideale per tempeh

Il modo migliore per fare il tempeh senza plastica è usare un contenitore basso, traspirante o ben aerato, che permetta di mantenere uno spessore di circa 2-3-4 cm e di disperdere l’umidità in eccesso. Tra le alternative più convincenti ci sono stampi in silicone forati (ma anche non forati), pirofile basse in vetro coperte con materiale traspirante, foglie naturali come quelle di banana, alghe e riso ed anche verdure...

Perché evitare la plastica

Il primo motivo è ambientale. Un sacchetto usato per il tempeh viene spesso forato, tagliato e poi buttato. Se produci di rado può sembrare una cosa minima, ma se fai tempeh spesso diventa uno spreco continuo di materiale monouso.

C’è poi una questione pratica. La plastica è comoda, ma proprio questa comodità spesso fa trascurare la possibilità di costruire un sistema più ordinato, più lavabile e più stabile nel tempo. Un contenitore riutilizzabile ti permette di lavorare meglio, di standardizzare lo spessore e di ripetere il processo con maggiore controllo.

Infine c’è una ragione culturale e tecnica: il tempeh non nasce come prodotto necessariamente legato alla plastica. L’uso del sacchetto è una scorciatoia moderna ed efficace, ma non rappresenta l’unica soluzione sensata. Esistono alternative che funzionano bene e che, in alcuni casi, regalano anche risultati più interessanti sul piano aromatico o strutturale.

I principi di fermentazione che non cambiano

Indipendentemente dal materiale che scegli, il tempeh ha bisogno sempre delle stesse condizioni di base.

I legumi devono essere cotti ma non sfatti, ben scolati e soprattutto asciutti in superficie. Lo starter deve essere distribuito in modo omogeneo. Il panetto non deve essere troppo spesso: in genere stare tra i 2 e i 3 cm è una scelta molto più sicura che salire oltre. La temperatura deve restare stabile, senza picchi eccessivi, e l’aria deve poter circolare.

Il punto chiave è proprio questo: il fungo del tempeh non lavora bene in una massa soffocata. Se il contenitore è troppo chiuso, troppo profondo o troppo umido, il panetto tende a scaldarsi male, a trattenere condensa e a legare con maggiore difficoltà.

Cosa serve davvero al tempeh: aria, spessore e umidità

Per fare un buon tempeh non conta tanto usare “il contenitore perfetto”, quanto offrire al micelio tre cose essenziali: ossigeno, superficie e controllo dell’acqua residua.

Se manca l’aria, il fungo rallenta.
Se il panetto è troppo spesso, il calore interno sale troppo.
Se l’umidità resta bloccata, il risultato diventa instabile, molle o irregolare.

Per questo le alternative migliori alla plastica sono quelle che riescono a combinare tre fattori: forma bassa, superficie ampia e copertura traspirante oppure forata.

Le alternative migliori: quelle che vale davvero la pena consigliare

Non tutte le soluzioni “senza plastica” hanno lo stesso valore. Alcune funzionano molto bene e meritano di diventare abitudine. Altre possono dare risultati discreti ma richiedono più attenzione. Altre ancora sono più scenografiche che utili.

Se vuoi una classifica pratica, questa è la più onesta:

Le alternative migliori sono stampi in silicone forati, pirofile basse in vetro o Pyrex coperte con materiale traspirante, contenitori in ceramica smaltata ben gestiti.

Le alternative buone ma più delicate da gestire sono acciaio inox, terracotta, carta forno ben chiusa e alcuni sistemi fai da te realmente puliti e ben progettati come le foglie di banano.

Le alternative da considerare secondarie, non come prima scelta, sono fogli di riso, fogli di nori, alluminio non protetto e contenitori improvvisati che non garantiscano igiene, spessore corretto e aerazione.

Stampi e contenitori in silicone riutilizzabili

Il silicone è una delle opzioni più convincenti per chi vuole abbandonare i sacchetti ma mantenere una certa semplicità operativa. È flessibile, facile da lavare, leggero e abbastanza comodo da sformare.

Gli stampi da plumcake piccoli o gli stampi monoporzione possono funzionare molto bene, soprattutto se li usi per creare panetti regolari e non troppo spessi. Il punto importante è che il silicone, da solo, non risolve il problema dell’aerazione: va forato oppure va usato in modo da lasciare respirare bene la superficie superiore con pellicola forata o un telo umido da umidificare spesso.

Anche i sacchetti riutilizzabili in silicone alimentare possono funzionare, ma solo se li adatti al processo. Se restano chiusi come normali buste per alimenti, non sono una soluzione ideale. Se invece vengono predisposti per una buona circolazione d’aria, diventano molto più interessanti.

Il vero vantaggio del silicone è che ti consente di creare un sistema ripetibile. Sai già il formato del panetto, ne controlli meglio lo spessore e riduci parecchio il consumo di usa e getta.

Inoltre il silicone regala forme molto belle da vedere.

In questo caso abbiamo tre esempi di stampi diversi per fare il tempeh. Le forme sono belle da vedere ed in certi casi posono essere anche comode da usare. 

Si può fare il tempeh nel silicone?

Sì, il tempeh si può fare nel silicone, ma il silicone deve permettere aerazione e non deve portarti a creare panetti troppo spessi. Funziona bene soprattutto con stampi bassi o monoporzione e con una gestione attenta dell’umidità.

Vetro, Pyrex e contenitori simili

Il vetro è probabilmente la soluzione più accessibile per chi vuole iniziare subito senza comprare nulla. Una pirofila bassa, una vaschetta in Pyrex o un contenitore rettangolare in vetro possono dare ottimi risultati.

Il vantaggio principale del vetro è che è inerte, lavabile, durevole e facile da osservare. Vedi subito se si forma condensa, se il panetto si sta compattando, se i lati restano troppo umidi o se la crescita appare irregolare.

Il limite del vetro è che, se usato male, trattiene facilmente umidità sulla superficie interna e può creare una fermentazione troppo chiusa. Per questo non è una buona idea riempire contenitori profondi o chiuderli in modo ermetico. Molto meglio lavorare basso e largo, con una copertura traspirante o con un sistema che lasci uscire l’umidità senza seccare troppo il composto.

Quando si usa il vetro, spesso la differenza tra un buon risultato e uno mediocre non la fa il materiale in sé, ma il modo in cui hai asciugato i legumi prima dell’inoculo e il modo in cui hai gestito il coperchio.

Per il resto lavorare nel vetro richiede gli stessi accorgimenti del silicone: copertura traspirante, meglio umidificata e controllo frequente per evitare asciugature.

Si può fare il tempeh nel vetro?

Sì, il vetro funziona bene per fare il tempeh, soprattutto in pirofile basse o contenitori larghi. La condizione è evitare spessori eccessivi, non chiudere in modo ermetico e lasciare alla massa una copertura traspirante che aiuti a controllare l’umidità.

Ceramica smaltata: una soluzione sottovalutata

Esattamente come le pirofile di vetro, anche la ceramica smaltata può essere una scelta molto valida. Ha una buona inerzia termica, si pulisce bene e permette di usare piccole teglie o pirofile molto stabili.

Funziona particolarmente bene per chi produce piccoli lotti e cerca una fermentazione più regolare, meno soggetta a sbalzi termici. Anche qui, però, vale la stessa regola: il contenitore non deve trasformarsi in una camera chiusa. Serve sempre una copertura che lasci respirare.

È una soluzione che consiglio più a chi ha già un minimo di sensibilità sul comportamento del tempeh che a chi è completamente all’inizio, ma resta una delle alternative più solide e sensate.

Acciaio inox, cestelli e superfici metalliche

L’acciaio inox può funzionare bene, soprattutto sotto forma di vassoi, teglie basse o cestelli per cottura a vapore. Il suo pregio principale è la pulizia: è robusto, non assorbe odori, si lava facilmente e resiste bene all’uso ripetuto.

I cestelli forati hanno un vantaggio interessante: favoriscono l’aerazione dal basso. Questo può aiutare molto se stai lavorando in un ambiente umido o con panetti che tendono a scaldarsi rapidamente. Di contro, proprio questa maggiore ventilazione può seccare troppo alcune parti del composto se non proteggi bene la superficie superiore. Per questo motivo bisogna avere un incubatore con umidificatore interno.

L’acciaio diventa quindi una buona scelta quando hai già capito come si comporta la tua incubazione e vuoi un sistema più tecnico. Meno immediato del vetro, ma molto valido.

E l’alluminio?

L’alluminio conduce bene il calore, ma non è la prima opzione che consiglierei per fare tempeh in modo continuativo. Se viene usato, è meglio che non sia a diretto contatto con la massa oppure che sia protetto in modo corretto. Non è la soluzione più elegante né la più stabile per chi cerca una routine pulita e ripetibile. Tuttavia è utilizzabile.

Terracotta e argilla: affascinanti, ma da gestire bene

Negli ultimi anni si sono diffusi contenitori in terracotta o argilla appositamente fatti per il tempeh. Sono materiali porosi, traspiranti, già forati, legati a pratiche tradizionali e spesso molto belli da usare. Tuttavia richiedono più attenzione sotto il profilo dell’igiene e della standardizzazione del processo.

Possono essere interessanti per piccoli lotti, soprattutto se il panetto viene separato bene dal contenitore e se la pulizia è accurata. Non li considererei però la strada più semplice per chi cerca risultati costanti fin dalle prime prove.

Sono una scelta da fare quando vuoi sperimentare con criterio, non quando stai ancora cercando il sistema più affidabile.

Particolare attenzione va messa nella loro pulizia. Essendo dotati di fori con un certo spessore, sono difficili questi ultimi da lavare bene. 

Foglie naturali: la via più affascinante e, in certi casi, la più adatta

Tra tutte le alternative alla plastica, le foglie naturali hanno qualcosa in più: non sono soltanto un contenitore, ma una vera interfaccia biologica e culturale con il prodotto.

Le foglie di banana restano il riferimento più convincente. Sono flessibili, traspiranti, aiutano a gestire bene l’umidità e possono dare anche una leggera sfumatura aromatica al risultato finale. Inoltre permettono di creare panetti sottili e ben distribuiti, che spesso sviluppano un micelio omogeneo molto bello da vedere.

Anche altre foglie possono avere senso, ma non tutte con la stessa efficacia. Quelle abbastanza grandi, integre e resistenti sono più interessanti. Quelle troppo delicate, troppo acquose o troppo piccole diventano più un esercizio di manualità che una vera soluzione comoda.

Il bello delle foglie è che costringono a rispettare una logica giusta: poco spessore, buona traspirazione, forma ben distribuita. In questo senso aiutano il processo, invece di complicarlo.

Tuttavia le foglie migliori sono quelle di banano difficili però da trovare. Inoltre le foglie in generale devono essere pulite altrimenti si rischiano contaminazioni inutili e dannose.

Le foglie di banana sono davvero migliori della plastica?

Per molti aspetti sì, per altri no. Le foglie di banana offrono una traspirazione molto adatta al tempeh, aiutano a contenere bene il panetto e riducono i rifiuti. Non sempre sono più pratiche da reperire, ma quando sono disponibili rappresentano una delle migliori alternative in assoluto in termini ecologici.

Foglie locali e verdura: utili, belle ma non sempre efficaci

Chi non trova foglie di banana può essere tentato di usare qualsiasi foglia ampia. In realtà conviene fare una selezione molto attenta. Servono foglie sane, pulite, abbastanza resistenti e con una superficie che non si laceri subito a contatto con il composto.

Cavolo cinese, alcune foglie di cavolo o altre foglie ampie possono funzionare meglio di quanto si creda, soprattutto per piccoli panetti. Ma bisogna essere onesti: non tutte diventano una soluzione davvero comoda. Alcune si rompono, altre rilasciano troppa acqua, altre ancora rendono difficile chiudere bene il panetto.

Per questo motivo le foglie locali possono essere una bella alternativa, ma raramente eguagliano la stabilità delle foglie di banana o la praticità di un buon contenitore riutilizzabile.

Un'altra alternativa affascinante, esteticamente bella e anche comoda potrebbero essere alcune verdure come i peperoni che, una volta svuotati, sono un ottimo contenitore. Tuttavia questi tendono ed essere aggrediti dal fungo che compromette spesso la consistenza del "contenitore" vegetale.

Carta da forno e carta pergamena

La carta da forno è una soluzione molto semplice e spesso più utile di quanto sembri. Non la metterei al livello delle opzioni migliori in assoluto, ma la considero una scelta concreta, economica e abbastanza efficace per chi vuole uscire subito dalla plastica senza cambiare troppo il proprio modo di lavorare.

Funziona bene soprattutto per panetti piccoli o medi, ben compattati e legati correttamente. Il suo punto di forza è che lascia respirare più di quanto si immagini e permette di mantenere una forma ordinata. Il suo punto debole è che richiede un minimo di manualità: se chiudi male, il panetto si apre; se stringi troppo, ostacoli la respirazione.

È una soluzione intelligente quando vuoi un materiale semplice e disponibile, ma non è la più comoda per produzioni frequenti.

Fogli di riso e nori: curiosità interessanti, non prime scelte

Sì, si possono usare per piccoli blocchi o prove particolari. Ma li considero più interessanti come esperimento che come vera alternativa strutturale alla plastica.

I fogli di riso possono avvolgere piccole quantità di legumi, ma non sono la scelta più comoda per ottenere panetti regolari e ben ventilati. Il nori, poi, è ancora più delicato e meno adatto a una gestione tranquilla del processo.

Insomma: non sono tentativi fallimentari in assoluto, ma non li consiglierei come opzione principale a chi vuole costruire una routine solida di produzione.

Contenitori fai da te: sì, ma solo se sono davvero sensati

Il fai da te ha senso solo quando migliora il processo, non quando lo rende più precario. Un contenitore recuperato può funzionare bene se è perfettamente pulibile, alimentare, ben aerabile e adatto a uno spessore corretto. Se invece è improvvisato, graffiato, difficile da sanificare o troppo profondo, diventa un rischio inutile.

La domanda giusta non è “posso usarlo?”, ma “aiuta davvero il micelio a crescere bene?”. Se la risposta è no, allora non è una buona alternativa, anche se è gratuita.

Un esempio che puo essere utile prendere in considerazione sono le vaschette di plastica rigida, quelle delle gastronomie per intenderci. Sono fatte di matriale rigido, sicuramente riutilizzabile ma difficile da lavare ed infine, sono sempre fatte di plastica e quindi oltre ad essere buone come riciclo, diventano solo una alternativa simile al sacchetto di plastica quindi un controsenso.

Una forma di tempeh fatto in una vaschetta di plastica da gastronomia. Utile riutilizzo di un oggetto di plastica ma difficile da gestire in termini di pulizia. Tuttavia il risultato è perfetto.

Cosa evitare davvero

Vale la pena essere chiari: non tutto ciò che è “senza plastica” è automaticamente una buona idea.

Meglio evitare contenitori con rivestimenti antiaderenti rovinati, legno trattato o verniciato, materiali difficili da pulire, superfici che trattengono odori o residui e sistemi che costringano il tempeh a stare in masse troppo alte e compresse.

Meglio evitare anche quelle soluzioni che sembrano ecologiche ma in pratica ti fanno perdere controllo su umidità e aerazione. Il tempeh non ha bisogno di romanticismo: ha bisogno di condizioni corrette.

Suggerimenti pratici per far funzionare davvero queste alternative

La prima regola è asciugare bene i legumi dopo la cottura. Questo conta più del materiale scelto.

La seconda è non esagerare con lo spessore. Molte prove vanno male non perché il contenitore sia sbagliato, ma perché il panetto è troppo spesso e sviluppa un calore interno difficile da gestire.

La terza è osservare. Se vedi troppa condensa, devi aumentare la traspirazione. Se la superficie si asciuga troppo, devi proteggere meglio la massa. Se una parte cresce bene e un’altra no, spesso il problema è nella distribuzione dell’aria o dell’umidità, non nello starter.

E la quarta è non innamorarti dell’oggetto. Il contenitore perfetto non esiste in assoluto. Esiste il contenitore che, nel tuo ambiente e con il tuo modo di incubare, ti permette di mantenere equilibrio tra aria, calore e acqua residua.

Se vuoi esplorare anche varianti con ceci, lenticchie, mandorle, quinoa, grano saraceno o altri mix meno classici, trovi qui un approfondimento dedicato:

👉 Tempeh senza soia: di ceci, lenticchie, mandorle e cereali!.

Se durante le prove ti capita di avere dubbi su odori, patine, colori o segnali ambigui del processo, questo articolo ti aiuta a capire meglio quando osservare, quando correggere e quando invece è meglio fermarsi:

👉 Fermentazione andata male? Capire cosa è normale e cosa buttare!.

Domande frequenti

Quale materiale consiglio per iniziare?

Per iniziare consiglio vetro basso oppure silicone ben gestito. Sono due soluzioni accessibili, facili da pulire e abbastanza intuitive da controllare.

Le foglie naturali migliorano davvero il risultato?

Possono migliorarlo, soprattutto nella gestione della traspirazione e nella forma del panetto. Ma richiedono più manualità e una buona materia prima.

Il tempeh senza plastica viene meno compatto?

Non necessariamente. Se i legumi sono asciutti, l’inoculo è distribuito bene e lo spessore è corretto, il tempeh può risultare molto compatto anche senza sacchetti.

Meglio un contenitore forato o una copertura traspirante?

Dipende dal materiale e dal tuo ambiente. In generale, tutto ciò che favorisce scambio d’aria senza accumulo di condensa lavora nella direzione giusta.

Posso fare grandi panetti senza plastica?

Meglio di no, almeno all’inizio. Con sistemi alternativi alla plastica conviene lavorare su panetti più controllabili, bassi e regolari.

Conclusione

Fare il tempeh senza sacchetti di plastica non è un vezzo estetico, ma una scelta che può migliorare il tuo rapporto con questa produzione. Riduce l’usa e getta, ti spinge a capire meglio il processo e spesso ti porta a lavorare in modo più consapevole.

La cosa più utile non è trovare una sola alternativa universale, ma capire quali materiali ti aiutano davvero a rispettare i bisogni del micelio. In molti casi la risposta sarà più semplice del previsto: vetro basso, silicone ben pensato, ceramica, acciaio o foglie naturali possono già offrirti tutto quello che serve per ottenere un ottimo tempeh.

In altre parole: non è la plastica a fare il tempeh. È il modo in cui gestisci aria, umidità, spessore e temperatura.

Redatto da Marco Fortunato | I'm in fermentation

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Marco Fortunato I'm in fermentation

Marco Fortunato è il fondatore di I'm in fermentation

Un progetto focalizzato sulla ricerca, la sperimentazione e la diffusione della cultura dei cibi fermentati. Con un approccio che combina tecnica, creatività culinaria e sostenibilità, Marco ha trasformato la fermentazione da pratica tradizionale a strumento di innovazione gastronomica. Oltre alla sua attività di divulgazione, organizza corsi in tutta Italia e online per insegnare le tecniche pratiche di fermentazione domestica e professionale, aiutando persone e chef ad approfondire questi processi e ad applicarli con consapevolezza nelle proprie cucine.

È anche autore di tre libri dedicati alla fermentazione e ai cibi vivi:
Guida pratica al kefir d’acqua e di latte (anche vegetale), che illustra metodi e benefici del kefir, considerato uno degli alimenti fermentati più antichi e salutari;
Guida pratica al kombucha, un testo che approfondisce la cultura e le tecniche di preparazione del tè fermentato kombucha;
I’m in fermentation. Guida completa sui cibi fermentati, una guida ricca di tecniche, spiegazioni e ricette per avvicinarsi in modo completo alla fermentazione domestica.

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